Cosa cambia nel dibattito sul CBAM con il rigetto del relatore
Il rigetto del relatore chiarisce una cosa: il CBAM resta uno strumento di adeguamento alla frontiera basato sulla tariffazione interna del carbonio e sulle emissioni incorporate, non un meccanismo di compensazione.
Questo conta perché il CBAM è già nella sua fase definitiva nel 2026 e gli importatori dovranno acquistare certificati CBAM da febbraio 2027 per coprire le importazioni del 2026. Il dibattito non riguarda più l’esistenza del CBAM. Riguarda il modo in cui le emissioni vengono misurate, verificate, dichiarate e prezzate lungo le catene di approvvigionamento.
Per acquirenti e trasformatori, il problema pratico è la qualità dei dati. Acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti, elettricità e idrogeno restano i settori più esposti, quindi l’onere di conformità ricade sulla contabilizzazione delle emissioni più che sull’accesso agli offset.
Conta anche il segnale politico. Respingendo gli offset, il Parlamento cerca di evitare un precedente per una tariffazione alla frontiera basata sulla compensazione. Questo indebolirebbe la credibilità del meccanismo e creerebbe più spazio per l’arbitraggio normativo tra il paese di origine del prodotto e il prezzo del carbonio pagato.
Per gli importatori industriali, la vera domanda è se convenga investire nella decarbonizzazione a monte, in contratti di fornitura a basse emissioni e nelle deduzioni per i prezzi del carbonio già pagati in paesi terzi, invece di sperare in flessibilità tramite crediti.
Perché i crediti di carbonio internazionali sono entrati per primi nella discussione
I crediti di carbonio internazionali sono entrati nella discussione perché l’UE sta cercando di bilanciare ambizione climatica e competitività.
L’UE ha ridotto le emissioni dell’ETS del 50% tra il 1990 e il 2025 e ha generato oltre 250 miliardi di euro di entrate pubbliche, ma ha ancora bisogno di strumenti per gestire i costi marginali e la rilocalizzazione delle emissioni. Ecco perché la flessibilità torna continuamente nel dibattito politico.
L’obiettivo climatico 2040 della Commissione spiega perché i crediti siano entrati nel vocabolario normativo. Il percorso proposto è una riduzione netta del 90% entro il 2040, con l’85% domestico e fino al 5% da crediti di carbonio internazionali, limitati alla seconda metà del periodo 2030-2040.
Per gli operatori B2B, questo tipo di flessibilità è attraente nei settori difficili da abbattere, come cemento, acciaio, fertilizzanti e chimica di base. In questi settori, il costo dell’abbattimento interno può essere superiore al costo di un’unità esterna di mitigazione di alta qualità.
La Commissione ha anche collegato i crediti alla diplomazia climatica. L’idea include il sostegno ai paesi partner, lo sviluppo dei mercati dell’Articolo 6 e la preparazione di un quadro europeo per acquistare crediti internazionali dal 2036.
Questo porta alla domanda chiave: se i crediti servono a dare flessibilità per l’obiettivo 2040, perché non usarli anche nel CBAM? La risposta è che la logica della Commissione e quella del Parlamento non coincidono.
In che modo questa posizione si discosta dall’idea della Commissione europea per il post-2030
La divergenza è semplice. La Commissione ha previsto un ruolo limitato per crediti di carbonio internazionali di alta qualità dopo il 2030, mentre il Parlamento vuole che il CBAM resti separato dagli offset e coerente con la logica dell’ETS.
Questa differenza non è solo politica. È anche procedurale. La Commissione sta già preparando la revisione dell’ETS e della riserva stabilizzatrice del mercato per il 2026, con consultazioni avviate nel 2025. Quindi la vera questione è come il pacchetto post-2030 tratterà la flessibilità di mercato, non solo il CBAM in sé.
La posizione della Commissione si inserisce in una narrativa di transizione efficiente in termini di costi. La preoccupazione del Parlamento è diversa. Teme che gli offset nel CBAM creerebbero un doppio standard: un segnale di prezzo interno per la produzione dell’UE e un percorso compensativo per le importazioni.
Per gli acquirenti industriali, la distinzione è operativa. Il CBAM riguarda dazi, emissioni incorporate, benchmark, adeguamento dell’assegnazione gratuita e prezzo del carbonio pagato in paesi terzi. L’obiettivo 2040 riguarda flessibilità, rimozioni e crediti. Sono architetture separate.
Questa separazione istituzionale solleva la domanda successiva: se gli offset restano fuori dal CBAM, chi paga e dove si sposta il costo lungo la catena del valore?
Cosa significa tenere gli offset fuori dal CBAM per importatori, esportatori e settori ad alta intensità di carbonio
Per gli importatori, l’effetto maggiore è una governance dei dati più rigorosa. Il prezzo CBAM è già tracciato con prezzi trimestrali nel 2026 e prezzi settimanali dal 2027, quindi il rischio operativo riguarda più la qualità della rendicontazione che la disponibilità di offset.
Per gli esportatori dell’UE nei settori CBAM, l’attenzione si sposta sulla rilocalizzazione delle emissioni sul lato in uscita. La Commissione ha già annunciato misure per attenuare i rischi per i produttori dell’UE di beni CBAM, il che mostra che la tutela della competitività sarà gestita separatamente dal dibattito sui crediti.
Per i settori ad alta intensità di carbonio, l’implicazione B2B è chiara. Il vantaggio competitivo non deriverà dalla compensazione del prodotto importato. Deriverà dalla riduzione delle emissioni incorporate per tonnellata tramite elettricità rinnovabile, efficienza di processo, HBI o DRI a basse emissioni, sostituzione del clinker, idrogeno verde o contratti basati su consumi certificati.
Per trader e trasformatori, un prezzo CBAM pubblicato e una piattaforma centrale per vendere e acquistare certificati trasformano la conformità in una funzione di tesoreria. Questo significa budget per il costo del carbonio, copertura del prezzo e revisione degli Incoterms e dei contratti di fornitura.
Il punto più ampio è ancora più importante. Tenere gli offset fuori dal CBAM rafforza la domanda per i mercati dell’Articolo 6 e per i crediti volontari ad alta integrità, ed è lì che ora si sposta il segnale di mercato.
Il segnale di mercato più ampio per l’Articolo 6, i crediti volontari e la domanda di conformità
La scelta dell’UE rafforza la separazione tra domanda di conformità e mercato volontario del carbonio.
La Commissione ha riconosciuto che il mercato volontario presenta ancora una grande offerta di crediti di bassa qualità, mentre acquirenti e sviluppatori si stanno orientando verso qualità, MRV e integrità. Questo rende il mercato più selettivo, non meno attivo.
Per l’Articolo 6, il segnale è positivo ma circoscritto. L’UE sostiene i mercati internazionali e potrebbe acquistare crediti dal 2036 per l’obiettivo 2040, ma non sta trasformando quei crediti in uno strumento di frontiera commerciale.
Per gli operatori B2B, questo significa che i crediti con potenziale premio di conformità sono quelli con autorizzazione Articolo 6, corrispondente adeguamento e una governance solida. I crediti volontari non autorizzati resteranno più legati a CSR, dichiarazioni di catena di fornitura e strategie di neutralità carbonica.
Il segnale di mercato conta anche per gli sviluppatori di progetti. Se il CBAM non assorbe gli offset, la domanda resta concentrata nei mercati nazionali e multilaterali, con maggiore pressione su offerta ad alta integrità, addizionalità, permanenza ed evitamento della doppia contabilizzazione.
Questo porta all’ultima domanda pratica per imprese e investitori: quando sarà rivisto il CBAM e come si intreccerà questa revisione con la riforma dell’ETS?
Cosa osservare nella prossima revisione del CBAM e nella tempistica completa della riforma dell’ETS
La tempistica è già stretta. La Commissione ha avviato la consultazione sull’ETS e sulla riserva stabilizzatrice del mercato nel 2025, con una revisione prevista per il 2026. Il CBAM è entrato nel suo regime definitivo nel 2026 e i pagamenti iniziano a febbraio 2027 per le importazioni del 2026.
Sul CBAM, i prossimi passaggi tecnici sono decisivi. Includono la metodologia per le emissioni incorporate, l’adeguamento dei certificati per l’assegnazione gratuita, la deduzione dei prezzi del carbonio pagati in paesi terzi, l’eventuale estensione ad altri settori ETS e un possibile meccanismo di sostegno per gli esportatori dell’UE.
Per l’ETS, il segnale politico è che la riforma post-2030 dovrà restare allineata all’obiettivo 2040 e alla riduzione graduale delle emissioni. Nel 2025, l’ETS ha già mostrato un’ulteriore diminuzione verificata delle emissioni dell’1,3% rispetto al 2024, confermando il percorso di decarbonizzazione.
Gli importatori dovrebbero prepararsi a uno scenario in cui il CBAM si irrigidisce prima di aprirsi. Questo significa più controlli, più verifiche sui dati, possibile estensione settoriale e maggiore pressione sulla trasparenza della catena di fornitura e sulla contabilizzazione del carbonio.
La conclusione strategica per acquirenti, trader e investitori è semplice. Il futuro dipende meno da un singolo emendamento e più dall’allineamento tra revisione del CBAM, riforma dell’ETS, regole dell’Articolo 6 e architettura climatica post-2030. Il prossimo ciclo legislativo mostrerà se l’UE sta costruendo un sistema di tariffazione del carbonio più integrato o semplicemente più severo.